Randagi
24 settembre 2005 – 10:37Girovagavo in compagnia del mio amico Fabrizio, per stradine sconnesse, respirando l’odore dell’erba bagnata e il profumo dell’olio di ricino, con cui facevo la miscela.
Lui, Fabrizio era in sella ad una Aspes Navaho 50, io sulla mia Gilera 50 regolarita’.
Comprata usata per centoottantamilalire, dal figlio del salumiere. Centoottantamilalire, un po’ risparmiate, un po’ implorate, un po’ piante in segreto, maledicendo l’essere un minorenne, studente e senza lavoro, di certo attese per anni. Attese da quando ebbi la coscienza di me stesso, da quando in pantaloni corti, sognavo, leggendo le imprese di uomini che si chiamavano Ostorero e Cavallero.
Era la mia prima moto.Quando la andai a prendere la prima volta, non riuscivo a credere che fosse vero. Sognata, bramata, desiderata piu’ di ogni altra cosa al mondo.
Diedi il calcio alla pedivella per metterla in moto e in quel preciso istante, ebbi la certezza che avrei avuto una motocicletta per tutta la mia vita.Il mio gilerino era una replica codice di un modello da competizione che in quegli anni vinse molto..era il 1973/75 mi pare…
La domenica si andava a cercare sterrati sulla Murgia Pugliese.La notte del sabato non riuscivo a dormire per l’eccitazione, passavo tutto il pomeriggio a mettere a posto la moto, chiuso da solo, in uno scantinato mentre i miei amici
uscivano consumando il loro tempo, in inutili pomeriggi tra gelati e smargiassate.
Smontavo e rimontavo pezzi dopo averli controllati e puliti. Pulivo i cerchi, ingrassavo i cavi e lucidavo il suo bel serbatoio rosso, con movimenti che erano piu simili a carezze che a gesti automatici. Poi a tarda sera, la cena e a letto, aspettando il chiarore del giorno dopo, per iniziare il nostro vagabondaggio.
Ricordo che eravamo bardati come guerrieri , stivali Alpinestars, quanti di voi ricordano gli Alpinestars da motocross di quegli anni ? Quelli neri con la placcona metallica sul frontale e il puntale di ferro,noi aggiungevamo una placca metallica anche sul tacco, fatta fare apposta dal calzolaio, per evitare che si consumasse troppo in fretta … pettorina, ginocchiere,
casco Nava Jet, museruola e occhialoni.
La “vestizione” era un rituale che mi dava un piacere indescrivibile.Poi finalmente si andava. Candela di ricambio, chiavi del 10 e del 13, lattina di olio per la miscela da 500gr., bomboletta di fast. Percorrevamo i circa 50 km di strada asfaltata che ci separavano dagli sterrati il piu velocemente possibile. Le nostre moto ci sembravano belle e potenti anche se erano solo dei cinquanta … marmitta ad espansione a cui toglievamo, solo in aperta campagna, il silenziatore.Che emozioni ! Usciva da quei tubi un suono melodioso … misto ad un odore che non ho mai piu dimenticato.Quando finalmente eravamo sulla Murgia, scaricavamo tutto il peso superfluo.Zainetto con attrezzi, panini , bibite e silenziatori.Li nascondevamo sotto gli alberi o dietro i muretti a secco, per riprenderli poi al ritorno ed essere nel frattempo piu’ liberi e leggeri. Le stradine sterrate si inerpicavano tra collinette brulle, si andava avanti senza sapere dove…nessuna cartina, nessun programma.
Ad ogni bivio si andava ad istinto. Con nel cuore il desiderio, di perdersi il piu’ possibile, in un sogno di liberta’ motorizzata.
Le giornate piu belle erano quelle in cui il giorno prima era piovuto. Ad ogni curvetta si dava gas, facendo derapare facilmente la moto, ci inseguivamo superandoci a vicenda e ostacolandoci in continuazione. Poi ogni tanto , una sosta, seduti sui muretti a secco o sotto i mandorli o gli ulivi.
Si parlava sempre di moto, di ragazze e di viaggi.Viaggi interminabili intorno al mondo, fantasticando su infiniti itinerari ed equipaggiamenti motociclistici.
Il viaggio piu’ sognato in assoluto era quello a CapoNord…viaggio che avrei realizzato solo dopo 26 anni. Poi si continuava
a girovagare, spaccando il sole pallido dei pomeriggi invernali, con il frastuono delle espansioni delle nostre moto. A volte si passava in mezzo a pesini rurali, inseguiti dai vigili urbani con i loro Falconi Guzzi, il casco a scodella e i guantoni da oschettiere… e poi ancora fino a sera, stanchi, con le braccia a pezzi, continuando a girare alla luce dei nostri fari. Sfiorando i muretti e gli alberi, rincorrendo le nostre ombre, inghiottiti dal buio, con la speranza che quel giorno non finisse mai.
Belli e liberi come cani randagi…
lampeggi malinconici
nonno Ciccio
Bari
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