Come gli amici, o i miei Twitter follower di lunga data, sanno mia moglie è un ingegnere edile. Negli anni in cui siamo cresciuti assieme, ed ora abitato assieme, siamo riusciti a trasmetterci reciprocamente le nostre passioni. Tra queste un gusto estetico nelle cose, nell’arredo, verso la matericità di ciò che ci circonda quotidianamente. Ci confrontiamo spesso su riviste, siti web, cataloghi, portfolii e quant’altro riguarda il mondo dell’ingegneria edile, l’architettura, l’arredamento d’interni.
Sull’ultimo numero di AD, versione italiana, abbiamo trovato un articolo di Gianni Biondillo che riassume in poche parole il nostro atteggiamento verso il concetto di casa:
Perché, lo sappiamo, una casa non è semplicemente un riparo dagli agenti atmosferici, è qualcosa di più, radicalmente di più: è l’estensione del sé, la cellula minima dove poter mettere in atto, al riparo da tutto, la costruzione simbolica della propria identità emotiva. C’è un dentro e c’è un fuori. C’è la casa e c’è il mondo. E puoi averlo girato tutto il mondo … ma poi, prima o poi, torni a casa. È lì che ti riconosci, che dai un senso al tuo agire. È li che conservi la memoria … , è lì dove depositi i segni del tuo passaggio. Ne fai una memoria futura.
…
… consegnare un appartamento significa iniziare a farlo vivere. Nessuno si sente mai “a casa sua” appena entra in una nuova unità abitativa. Deve viverla, sporcarla, abituarsi al riverbero delle stanze, al cigolio delle porte, al disordine nei cassetti.
Le case si adattano, tendono ad assomigliarci, si fanno speccio esterioriore, correlativo oggettivo della nostra interiorità.
E avete notato quant’è bello, rilassante, tornare a casa propria dopo lunghe giornate lavorative? Anche solo fare il primo passo in casa, dopo aver fatto girare la chiave…
